Il 7 agosto, nella sede dell’Ente Parco Naturale Regionale Sirente Velino a Rocca di Mezzo, Rewilding Apennines ha presentato lo studio che valuta se esistano oggi le condizioni ambientali e sociali per riportare gipeto e avvoltoio monaco nell’Appennino centrale. Quasi due anni di lavoro, sedici autori da sei paesi europei, trecentocinquanta pagine.

.
Una quarantina di persone in sala, tra tecnici, rappresentanti di enti, ONG e appassionati. Sul tavolo, un volume di trecentocinquanta pagine che prova a rispondere a una domanda semplice da formulare ma complicata da verificare: gipeto e avvoltoio monaco possono tornare in Appennino?
Perché uno studio, e perché adesso
Ad aprire i lavori, dopo i saluti della biologa dell’Ente Parco Naturale Regionale Sirente Velino Paola Morini, è stato Mario Cipollone di Rewilding Apennines che ha spiegato da dove nasce questo lavoro.
Fin dalla sua fondazione, Rewilding Apennines, insieme a Rewilding Europe, lavora al ritorno di specie chiave e alla ricostruzione di reti trofiche complete: un ecosistema a cui mancano componenti funziona peggio, e in Appennino i grandi necrofagi sono proprio alcuni dei tasselli mancanti.
Gli avvoltoi smaltiscono le carcasse più in fretta di qualsiasi altro animale: il loro apparato digerente, con acidi gastrici estremamente corrosivi, neutralizza patogeni come quelli di antrace, colera e botulino. Rimuovendo rapidamente gli animali morti riducono il rischio che focolai batterici e virali si diffondano tra fauna selvatica, bestiame e persone, e restituiscono al suolo i nutrienti.
Le reintroduzioni, però, non si fanno sull’entusiasmo. Gli standard internazionali richiedono che, prima di qualsiasi rilascio, si verifichi con dati alla mano se l’ambiente sia in grado di sostenere la specie, se le cause della sua scomparsa siano state rimosse e se le persone che abitano quel territorio siano disposte a conviverci. Lo studio di fattibilità serve esattamente a questo: mettere per iscritto quello che sappiamo.

.
Dalla scomparsa storica a una cornice comune
Mario Posillico, di Ardea APS, ha ricostruito la storia dei tre grandi avvoltoi dell’Appennino: grifone, gipeto e avvoltoio monaco. Tutti e tre sono scomparsi per persecuzione diretta e veleno, in un contesto che nel frattempo cambiava intorno a loro: la rarefazione dei grandi erbivori selvatici e la trasformazione delle pratiche di allevamento hanno progressivamente ridotto la disponibilità di carcasse, cioè l’unica risorsa alimentare di cui vivono. Nello studio si ricostruiscono tutti i passaggi storici, attraverso il richiamo alle fonti a disposizione, che documentano i cambiamenti ecologici, paesaggistici e socioculturali di questa progressiva scomparsa. Il grifone è l’unico tornato, grazie ai rilasci avviati negli anni Novanta, e oggi rappresenta il termine di paragone più utile per capire cosa potrebbe funzionare, e cosa no, per le altre due specie.

.
Dove e quanti
La parte più tecnica è toccata a Nicolò Borgianni, esperto di avvoltoi di Rewilding Apennines, che ha presentato le analisi di idoneità dell’habitat, di capacità portante e di vitalità delle popolazioni. In pratica: quali versanti e quali pareti offrono condizioni adatte alla nidificazione e all’alimentazione, quanti individui il territorio potrebbe sostenere e come si comporterebbe una popolazione fondata da zero nell’arco di decenni, simulando scenari diversi di mortalità e di rilasci. Sono modelli, con i margini di incertezza che i modelli portano con sé, ma servono a spostare la discussione dalle opinioni ai numeri.
Scarica la versione divulgativa e lo studio completo

.
I prossimi passi
Nell’intervento conclusivo Mario Cipollone ha ricordato che il passaggio da uno studio di fattibilità alla reintroduzione degli uccelli necrofagi richiede tempo, pazienza e perseveranza, lavoro di squadra e risorse adeguate. Dopo aver risposto alle numerose domande del pubblico, il team leader di Rewilding Apennines ha chiuso l’incontro così:
«Quello di vedere volteggiare sui cieli dell’Appennino uccelli straordinari come avvoltoi monaci e gipeti è un sogno che abbiamo già da molto tempo e ritengo che stiamo procedendo, passo dopo passo, con grande impegno e sacrificio, nella giusta direzione per realizzarlo, secondo una visione strategica a lungo termine.»
