16.826 animali avvelenati in Italia in quindici anni, una filiera sommersa di sostanze vietate, un’impunità quasi totale. Il testo integrale dell’intervento di Rewilding Apennines, con una proposta concreta: estendere al veleno la logica della legge sugli incendi boschivi.

Intervento di Daniela Gentile per Rewilding Apennines alla conferenza stampa «Lupi, orsi e veleni» — Camera dei Deputati, Roma, 28 maggio 2026
Sedicimila ottocento ventisei animali avvelenati in Italia tra il 2009 e il 2024. Quasi tre al giorno, ogni giorno, per quindici anni.
E sono soltanto i casi ufficiali, registrati dal Portale nazionale di monitoraggio degli avvelenamenti dolosi. La parte emersa di un fenomeno che, per definizione, si compie lontano dagli occhi.
Quando parliamo di veleno non stiamo parlando, prima di tutto, di tutela della fauna. Stiamo parlando di legalità. Di un crimine ambientale che ha numeri, dinamiche e diffusione da fenomeno sistemico. E il modo in cui lo affrontiamo oggi non è all’altezza.
Rewilding Apennines, che rappresento, è un’organizzazione di ripristino ambientale affiliata a Rewilding Europe. Operiamo in Appennino centrale soprattutto fuori dalle aree protette, dove la conservazione è più difficile e più necessaria. Ci occupiamo del ripristino degli ecosistemi e della coesistenza con i grandi carnivori: il veleno mina entrambi.
Con il Reparto Carabinieri Biodiversità di Castel di Sangro gestiamo la popolazione di grifoni in Appennino. E da quest’anno abbiamo un’unità cinofila antiveleno. Il veleno, lo abbiamo incontrato troppe volte.

Lavoriamo tra Lazio e Abruzzo: rispettivamente seconda e quarta regione d’Italia per casi accertati. L’Abruzzo, da solo, ha un tasso di avvelenamenti per abitante quattro volte superiore alla media nazionale. Il problema, in queste montagne, non è marginale. È strutturale.
Il veleno è stato per decenni, e in alcuni contesti continua a essere, uno strumento tollerato. Una pratica che si tramanda, si giustifica, si minimizza. «È sempre stato così.»
Non sono episodi isolati. Non è cronaca. È un fenomeno che ha una sua geografia, una sua stagionalità, una sua filiera e una continuità. Questo non è più una somma di episodi: è un sistema.
E poi c’è l’omertà. Una carcassa avvelenata in un bosco non si trova lì per caso. Qualcuno l’ha messa, qualcuno l’ha vista, qualcuno sa. E quasi nessuno parla.
Non stiamo parlando solo di tutela della fauna. Stiamo parlando di legalità.

Vi do un altro dato, perché viene dal nostro lavoro quotidiano con i Carabinieri forestali: il 53% dei grifoni che troviamo morti è stato avvelenato. Considerando i casi sospetti, arriviamo al 69%.
Il grifone non è il bersaglio. Si nutre di carcasse avvelenate, spesso destinate ai lupi, e muore. Noi li chiamiamo le sentinelle del veleno, perché sono i primi ad arrivare. Ma i grifoni trovano solo carcasse di grandi dimensioni in ambiente aperto. Cosa succede oltre?
Una volta dispersa nell’ambiente, un’esca non discrimina: può uccidere una volpe, un’aquila reale, un lupo, ma anche il cane o il gatto di casa. Cani e gatti sono, in assoluto, le prime vittime numeriche di questo crimine. Migliaia.
Anche il rischio per le persone è riconosciuto. Le ordinanze contro le esche avvelenate ogni anno vengono emesse dal Ministero della Salute, non da quello dell’Ambiente.
Eppure, a fronte di un fenomeno di queste dimensioni, le condanne sono praticamente inesistenti. In Italia non esiste nemmeno un dato pubblico che quantifichi le condanne specifiche per avvelenamento doloso di fauna: già questo è significativo. Un quadro più ampio però ce lo offre l’ultimo Rapporto di Legambiente sui crimini contro gli animali: 5.600 procedimenti annui, solo 850 condanne. Il 70% delle indagini parte contro ignoti e finisce archiviato.
Un quadro coerente con la nostra esperienza sul campo: dove c’è un veleno, per quanto ci riguarda, non c’è mai un responsabile.
Il veleno non colpisce solo animali. Avvelena la reputazione di intere comunità che vivono di natura, di turismo, di prodotti del territorio. E avvelena il rapporto tra cittadini e Stato, perché ogni caso senza colpevole si aggiunge agli altri, finché l’impunità diventa la regola.
Gli ultimi casi più eclatanti
10 Aprile 2026: 21 lupi e altra fauna nel cuore dell’area protetta più antica d’Italia.
11 Maggio 2023: gli animali nei sacchi sono nove lupi e cinque grifoni a Cocullo, in Abruzzo.

Chi avvelena?
E qui occorre dire una cosa molto chiaramente. Chi avvelena, in Italia, non è quasi mai un soggetto folle o isolato. È qualcuno che persegue un interesse preciso.
C’è il tartufaio che dissemina polpette destinate ai cani dei concorrenti per ridurre la competizione su un mercato che vale migliaia di euro.
C’è l’allevatore che vuole eliminare i lupi, e che invece di scegliere strumenti di prevenzione, perfettamente disponibili e in molti casi finanziati con fondi pubblici e privati, sceglie la scorciatoia.
E naturalmente c’è una zona grigia fatta di tante altre situazioni: atti scriteriati, faide private, e una sedicente “lotta al randagismo” che finisce per uccidere senza discriminare.
Interessi diversi, ma una convinzione comune: che il veleno sia uno strumento accettabile per regolare un conflitto. Ed è esattamente questa idea che dobbiamo riuscire a smontare.
Un mercato illegale
E poi c’è un altro livello di illegalità, quello a monte. Le sostanze impiegate oggi non sono più prodotti acquistabili in farmacia, come accadeva in passato. Sono fitofarmaci, sono rodenticidi, medicinali veterinari: in larga parte sono principi attivi vietati o severamente regolamentati dal diritto europeo e nazionale. Eppure circolano. Si trovano. Si comprano.
Un esempio basta. Il carbofurano è un insetticida vietato in Europa dal 2008. Oggi, diciassette anni dopo, è ancora la sostanza più trovata nelle carcasse di grifone in Appennino. Le esche avvelenate che troviamo non parlano solo di chi le ha disperse: parlano di una filiera sommersa che le alimenta.
Non si tratta solo di fauna. Si tratta di criminalità ambientale su scala diffusa.

Le proposte
L’Italia spende ogni anno milioni per la tutela di animali protetti dalle nostre leggi e dalle direttive europee: è paradossale che l’orso bruno marsicano finisca poi avvelenato.
Quello che chiediamo è un cambio di passo netto, all’altezza di un crimine seriale e sistemico.
Un precedente esiste, e funziona: la Legge 353 del 2000 sugli incendi boschivi. Quando un’area brucia per dolo, scattano vincoli pluriennali sulle attività che vi si possono svolgere. Una misura severa, ma efficace, perché incide direttamente sull’interesse di chi appicca il fuoco. La stessa logica può essere estesa al veleno: nelle aree dove si accerta un avvelenamento doloso, divieto pluriennale di pascolo, di attività venatorie, di raccolta di tartufi. Solo così, per chi avvelena, il rischio smette di essere astratto.
Aggiungo un elemento che questa Camera non può ignorare. Lo scorso 21 maggio, sette giorni fa, è scaduto il termine per il recepimento della direttiva europea 2024/1203 sulla tutela penale dell’ambiente. Significa che entro il 21 maggio 2027 l’Italia dovrà adottare una strategia nazionale di lotta ai reati ambientali. Quel documento è il luogo in cui il contrasto al veleno può diventare una priorità esplicita.
Un modello esiste. La Spagna ha una Strategia Nazionale contro l’uso di esche avvelenate dal 2004: ventidue anni di applicazione, risultati misurabili. Non chiediamo qualcosa di sperimentale. Chiediamo che l’Italia adotti un approccio che altrove sta già dando frutti.
Quando un crimine ha questa portata, questa sistematicità, questa diffusione, e produce zero condanne, non è più solo difficoltà investigativa. È una scelta politica. E le scelte politiche, è proprio qui dentro che si cambiano.
Chiediamo tre cose
La prima: che il contrasto al veleno entri nelle priorità reali degli investigatori e di tutte le autorità competenti, con risorse, formazione specifica e coordinamento.
La seconda: che si rompa l’omertà con campagne di sensibilizzazione strutturali e continuative.
La terza, la più urgente: che si apra in questa Camera la discussione su una legge specifica per il reato di avvelenamento doloso di fauna, che includa il principio già applicato agli incendi.
A chi avvelena il territorio si tolga la possibilità di trarne profitto.
Perché finché continueremo a contare gli animali uccisi senza contare i responsabili, staremo parlando di fauna. Quando inizieremo a contare i responsabili, allora staremo parlando di legalità.
Grazie.
