Con il sostegno di Open Rivers Programme, Rewilding Apennines apre due nuovi fronti di lavoro sui fiumi dell’Appennino centrale: la mappatura delle barriere del bacino Aterno-Pescara e la preparazione della prossima rimozione sul Giovenco, dove nel 2024 sono già state rimosse cinque briglie.
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Due nuove azioni finanziate da Open Rivers Programme portano avanti il ripristino dei fiumi dell’Appennino centrale: il censimento delle barriere del bacino Aterno-Pescara e la preparazione della prossima rimozione sul Giovenco, dove nel 2024 Rewilding Apennines aveva già demolito cinque briglie con il progetto Giov&Go.
Entrambi gli interventi si inseriscono in un programma di ripristino fluviale che Rewilding Apennines conduce nell’Appennino centrale dal 2020, anno del primo studio sistematico sulle barriere della regione: 169 chilometri percorsi sui fiumi Liri, Sagittario, Gizio e Sangro, 289 strutture censite. Da quel lavoro sono nati i primi due interventi di rimozione, sul Giovenco nel 2024 e sul Liri nel 2025, che sono valsi all’organizzazione il riconoscimento di Dam Removal Europe come frontrunner europeo in questo settore. Ne avevamo parlato nel nostro articolo “Il ruolo pionieristico di Rewilding Apennines nel ripristino dei fiumi dell’Appennino centrale”.
Una barriera alla volta, fino a 25.000 km di flusso libero
I fiumi europei sono tra i più frammentati al mondo: circa 1,2 milioni di barriere ne interrompono il corso, quasi una ogni chilometro e mezzo, e la maggior parte sono strutture obsolete, spesso dimenticate, che non servono più a niente e a nessuno. La buona notizia è che il 68% di queste strutture sono sotto i due metri: non sono grandi dighe, sono piccoli sbarramenti che si possono rimuovere con relativa facilità. L’importante è sapere dove sono e come farlo.
È da qui che nasce l’Articolo 9 della Nature Restoration Regulation, che il regolamento dedica interamente ai fiumi: gli Stati membri devono censire le barriere artificiali e individuare quelle da rimuovere, a partire da quelle obsolete, non più utili a produzione idroelettrica, irrigazione o approvvigionamento idrico. L’obiettivo è 25.000 chilometri di fiumi europei restituiti al libero flusso entro il 2030.
Un numero del genere si fissa a Bruxelles, ma si raggiunge un fiume alla volta, una barriera alla volta, ed è esattamente questa la strada che Rewilding Apennines intende percorrere. Non interventi isolati, ma un percorso: in un territorio dove rimozioni del genere non avevano precedenti, la rinaturalizzazione avanza un tratto alla volta, con metodo e una prospettiva di lungo periodo.
Le autorità nazionali e regionali riconoscono le pressioni sui corsi d’acqua e la necessità di rimuovere le barriere, ma non sempre dispongono delle risorse per censirle, tanto meno per demolirle. Il sostegno che Rewilding Apennines ha ricevuto da Open Rivers Programme e di Rewilding Europe, che ha reso possibili sia gli interventi passati sia quelli attuali, copre in parte quel divario e indica anche come si colma: da un lato le istituzioni, con le capacità amministrative e le prerogative autorizzative; dall’altro le organizzazioni non governative, con risorse proprie, competenze tecniche e la libertà di muoversi in fretta. Nessuna delle due parti, da sola, arriva a 25.000 chilometri di flusso libero.

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Aterno-Pescara: mappare le barriere, stabilire le priorità
Il primo dei due nuovi progetti riguarda il bacino dell’Aterno-Pescara, il più esteso dell’Abruzzo, con circa 3.190 chilometri quadrati che vanno dai Monti della Laga fino all’Adriatico, a Pescara.
Prima dell’industrializzazione, dell’inquinamento e dell’artificializzazione del Novecento, questi corsi d’acqua ospitavano popolazioni consistenti di specie migratrici: pesci anadromi come la cheppia (Alosa fallax) e gli storioni (Acipenser spp.), e l’anguilla europea (Anguilla anguilla), che compie il tragitto opposto, dal mare alle acque interne. Oggi il bacino è l’unico dell’intero versante adriatico a ospitare una popolazione di lampreda di ruscello (Lampetra planeri), minacciata dallo sfruttamento e dalla frammentazione degli habitat.
Tra luglio 2026 e luglio 2027 il lavoro consisterà nel mappare le barriere longitudinali lungo l’Aterno, il Pescara e i loro affluenti (Vetoio, Sagittario, Tirino, Raio, Vera, Vella, Orta, Lavino, Cigno e Nora) e nel definire le priorità per le rimozioni future.
L’esito sarà un inventario completo e una lista di priorità, con l’obiettivo di riconnettere da dieci a trenta chilometri di corso d’acqua, individuare almeno due sbarramenti da rimuovere, migliorare le condizioni per le popolazioni ittiche presenti e agevolare il potenziale ritorno delle specie localmente scomparse o fortemente ridotte.

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Giov & Go 2.0: preparare la prossima rimozione
Il secondo progetto prosegue la deframmentazione del Giovenco, un fiume che nasce dentro il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise prima di raggiungere la Piana del Fucino, dove si riduce a una rete di canali irrigui. In passato era interrotto da oltre quindici barriere costruite per usi idroelettrici, di regolazione idraulica e irrigui, molte oggi in disuso. Con il progetto Giov&Go, nel 2024, ne sono state rimosse le prime cinque nel tratto alto.
Ora l’obiettivo è la briglia di Puntarola, 8,3 chilometri a valle dell’ultima demolita, nel territorio di Ortona dei Marsi, dove la discontinuità del fiume resta marcata. La sua rimozione amplierebbe in modo sensibile il tratto restituito al libero flusso. Questa fase del Progetto non prevede la demolizione, ma i passaggi che la rendono possibile: lo studio di fattibilità tecnica ed economica, le indagini ambientali per documentare i benefici ecologici attesi, la progettazione di dettaglio, l’avvio dell’iter autorizzativo e il coinvolgimento della comunità locale fin dall’inizio. L’esperienza maturata da Rewilding Apennines con le prime rimozioni sullo stesso fiume e sul fiume Liri fornisce un metodo già collaudato sul piano tecnico-scientifico, amministrativo e di partecipazione.
Proprio questo tratto ha un potenziale concreto per la reintroduzione o il ripopolamento di specie native, in particolare la trota mediterranea (Salmo ghigii) e il gambero di fiume autoctono (Austropotamobius pallipes complex); tra le specie focali figura anche la lontra (Lutra lutra), che sta gradualmente tornando a popolare i fiumi dell’Appennino centrale e che, con un ambiente idoneo e una popolazione di prede adeguata, potrebbe tornare a popolare anche il Giovenco.
Il progetto ha un’ambizione di lungo periodo: ripristinare l’intero corridoio fluviale e fare del Giovenco, nel suo tratto naturale, il primo fiume interamente a flusso libero dell’Appennino.

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Guardare a un futuro senza barriere fluviali: cosa cambia e per chi
Un fiume funziona come un corridoio ininterrotto dalla sorgente alla foce, lungo cui viaggiano acqua, sedimenti, materia organica e animali. Ogni barriera lo spezza in segmenti isolati. Restituire la continuità significa che i pesci possono di nuovo risalire e ridiscendere, cosa vitale per le specie che devono spostarsi per riprodursi, deporre, alimentarsi e cercare rifugio. La continuità è anche connettività genetica tra popolazioni, e possibilità di ricolonizzare un tratto dopo una piena o una siccità: senza, ogni popolazione a monte resta isolata, e un evento sfortunato basta a cancellarla.
Poi c’è il sedimento. Una briglia trattiene a monte la ghiaia e la sabbia e affama il tratto a valle. Sopra lo sbarramento l’acqua rallenta, ristagna, si scalda e perde ossigeno, e il fondo si insabbia. Rimuovere le barriere riattiva il trasporto naturale del sedimento, ricostruendo le sponde e restituendo all’acqua limpidezza e ossigenazione da cui dipendono le specie animali e vegetali.
Sponde più naturali significano anche habitat ripariali più vari e integri. Sono questi gli ambienti più ricchi di vita dell’intero sistema, rifugio e corridoio per le specie che vivono tra acqua e terra, la lontra prima di tutte.
Il ritorno delle specie autoctone e migratrici, allora, non è un quarto obiettivo a sé: è la conseguenza dei primi tre. Ricostruito l’ambiente fisico, continuità, sedimenti, sponde, la fauna lo segue. Ed è la precondizione di ogni ricolonizzazione spontanea, ripopolamento o reintroduzione: la trota mediterranea, la lampreda o il gambero autoctono possono tornare solo dove l’habitat li regge.
Da questi cambiamenti traggono vantaggio anche le persone che vivono lungo i fiumi, attraverso ciò che un corso d’acqua in salute restituisce, dalla possibilità di passare del tempo di qualità in un ambiente naturale integro, alle opportunità legate al turismo di natura.
Sono queste le ragioni per cui Rewilding Apennines lavora sui fiumi dell’Appennino centrale dal 2020. Il censimento dell’Aterno-Pescara e la preparazione della rimozione della briglia di Puntarola, sul Giovenco, non sono due interventi isolati: appartengono a un lavoro che procede per gradi. Prima studiare, poi progettare, infine rimuovere. E ogni tratto liberato rende più praticabile il passo successivo e ogni barriera censita diventa una decisione che qualcuno, prima o poi, potrà prendere.
