Lo scimpanzé che guardava il tramonto

Maggio 21, 2026

Da Darwin agli uccelli giardinieri, dai piccioni di Tokyo ai macachi: da oltre un secolo la scienza prova a capire se gli animali abbiano un senso della bellezza. Le risposte sono più sottili di quanto sembri, e finiscono per dire qualcosa anche su di noi.

Scimpanzè al tramonto

Frans de Waal lo ha visto fare più volte. Uno scimpanzé adulto si stacca dal gruppo, si ferma in posizione eretta, e resta lì. Guarda il sole calare. In silenzio, per minuti. Quando il primatologo olandese ha raccontato l’episodio in pubblico, qualcuno gli ha chiesto se non stesse proiettando la sua esperienza umana. La sua risposta, prudente ma ferma, era questa: non possiamo sapere cosa stia provando, ma fingere che non stia provando nulla è un’altra forma di proiezione.

È quello che lui chiamava antropodiniego: il rifiuto sistematico di riconoscere somiglianze fra noi e le altre specie. Un errore che de Waal considerava speculare, e non meno grave, dell’antropomorfismo.

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Darwin e l’idea che fu sepolta

La domanda se gli animali abbiano un senso della bellezza è meno marginale di quanto possa sembrare. Charles Darwin la pose esplicitamente nel Descent of Man (1871), sostenendo che la selezione sessuale operasse non solo attraverso indicatori di qualità genetica, ma attraverso una vera preferenza estetica. Le femmine di molte specie sceglievano i maschi per qualità che lui chiamava beauty for beauty’s sake: bellezza fine a sé stessa. Pensate alla  coda del pavone, un ornamento smisurato, costoso da portare, ben visibile ai predatori. Dal punto di vista della sopravvivenza pura, un disastro. Eppure esiste, e secondo Darwin esiste perché alle femmine piace.

L’idea fu rapidamente sepolta dalla sintesi neo-darwiniana del Novecento, che la giudicava sentimentale e antropomorfa.

Un pavone che fa la ruota.
PRASAN SHRESTHA/Wikimedia Commons

Negli anni Trenta Ronald Fisher cercò di dare all’idea di Darwin una base genetico-matematica con il modello della runaway selection. La logica è questa: se in una popolazione si stabilizza per qualche ragione una preferenza femminile per un tratto “costoso” da portare, i figli che ereditano sia il tratto sia la preferenza si moltiplicano nelle generazioni successive. Tratto e preferenza si rinforzano a vicenda, esagerandosi.

Il pavone, secondo Fisher, non ha la coda così perché segnala salute o qualità genetica: ce l’ha perché alle pavone, una volta avviata la dinamica, è piaciuta sempre di più.

Ma man mano che la sintesi neo-darwiniana si consolidava però, il clima si faceva sempre più adattazionista: ogni tratto doveva avere una funzione, anche quelli più costosi dal punto di vista della sopravvivenza. Il modello di Fisher fu giudicato matematicamente elegante ma biologicamente improbabile. Per spiegare questi tratti così “ingombranti”, Amotz Zahavi nel 1975 propose il principio dell’handicap:  gli ornamenti costosi sarebbero proprio segnali onesti di qualità genetica, perché solo individui in buona salute possono permettersi di portarli senza pagarli con la vita. I palchi del cervo, per esempio, sono pesanti e dispendiosi da rigenerare ogni anno: solo un maschio in salute può permetterseli. La spiegazione fu accolta come la versione scientificamente rigorosa della selezione sessuale, e l’idea darwiniana originale sull’estetica fu definitivamente archiviata come ingenuità.

A quel punto la beauty for beauty’s sake di Darwin non serviva più. La coda del pavone aveva la sua giustificazione funzionale.

Pellicani ricci all’alba nel Delta del Danubio, in Romania.
Neil Aldridge

L’evoluzione della bellezza: la questione riemerge

A riportarla in vita, negli anni Duemila, è stato Richard Prum, ornitologo di Yale. In The Evolution of Beauty (2017)  Prum sostiene che la coevoluzione tra ornamento e preferenza possa procedere autonomamente, generando bellezza che non riflette nulla se non sé stessa, scollegata da qualsiasi indicatore: la coda del pavone esiste perché le femmine la preferiscono, non perché segnala salute, vigore o qualità genetica. La preferenza è la causa, non il sintomo.

Una posizione controversa, contestata, ma scientificamente difendibile, che riapre lo spazio a una domanda che forse il riduzionismo aveva chiuso troppo in fretta.

I casi di studio più puliti vengono dagli uccelli giardinieri australiani. I maschi non si limitano a esibire piume o canti. Costruiscono pergolati, strutture architettoniche complesse fatte di rametti intrecciati, decorate con oggetti raccolti e disposti con cura: bacche blu, gusci, fiori, plastica colorata. Le femmine ispezionano i pergolati uno per uno, valutano simmetria, colori, asssemblamento, e scelgono.

Gerald Borgia, biologo dell’Università del Maryland, ha dimostrato nel corso di decenni di studi sull’Uccello giardiniere satinato (Ptilonorhynchus violaceus) che cambiamenti minimi nella composizione visiva del pergolato (uno spostamento di pochi centimetri, una bacca più scura tra quelle blu) fanno crollare il successo riproduttivo del maschio. Non si tratta di una preferenza vaga. È un giudizio estetico ripetibile, statisticamente significativo, condiviso tra individui della stessa specie.

Più recentemente, John Endler e colleghi (Current Biology, 2010) hanno scoperto che l’Uccello giardiniere maggiore (Chlamydera nuchalis) dispone gli oggetti secondo un principio di prospettiva forzata: ciottoli più grandi sistemati più lontano dal punto di osservazione della femmina, a creare un’illusione di uniformità geometrica. Un’architettura ottica complessa, costruita da un cervello di pochi grammi.

Un maschio di uccello giardiniere testadorata (Sericulus chrysocephalus) sistema gli oggetti nel suo pergolato.
Wikimedia commons

Piccioni e impressionisti

Sul fronte sperimentale, il riferimento è il lavoro di Shigeru Watanabe alla Keio University di Tokyo. Nel 1995, sul Journal of the Experimental Analysis of Behavior, Watanabe pubblicò un esperimento ormai classico. Aveva addestrato un gruppo di piccioni a beccare uno schermo solo quando vedevano un quadro di Monet, e un altro gruppo a beccare solo davanti a un Picasso. Dopo l’addestramento li mise davanti a opere mai viste prima, di altri impressionisti e di altri cubisti. I piccioni rispondevano correttamente. Non avevano memorizzato singole immagini: avevano imparato uno stile come categoria astratta.

Esperimenti precedenti avevano già mostrato che i piccioni distinguono la musica di Bach da quella di Stravinsky. Studi successivi dello stesso gruppo di Watanabe hanno poi esteso l’approccio al versante estetico (Watanabe, 2010), testando se i piccioni potessero discriminare dipinti giudicati dagli umani come “ben fatti” o “meno ben fatti”. L’esperimento funziona così: un gruppo veniva ricompensato quando beccava davanti a un dipinto “ben fatto”, un altro quando beccava davanti a uno “meno ben fatto”. Dopo l’addestramento, i piccioni venivano testati con dipinti nuovi, mai visti, anch’essi valutati da esseri umani. Il risultato? Continuavano a “giudicare” i dipinti nello stesso modo degli umani, anche se non li avevano mai visti e non avevano quindi ricevuto alcuna ricompensa nel guardarli.

Anche macachi e corvidi rispondono in modo coerente alle stesse regole percettive che orientano la nostra esperienza estetica: simmetria, equilibrio, contrasto. Le ricerche di neuroimaging suggeriscono che ad attivarsi siano, almeno in parte, le stesse aree corticali che si attivano in noi davanti a un quadro o a un volto. Il giudizio estetico, nelle sue componenti più basilari, sembra avere una base neurale più antica della nostra specie.

I piccioni di Watanabe avevano quindi “imparato” la bellezza?

Colomba guinea
Daniela Gentile

Qui il problema diventa filosofico

L’espressione senso della bellezza può voler dire due cose molto diverse.

Il primo significato è semplice: una preferenza visiva o sonora stabile, che si ripete in modo coerente fra gli individui di una stessa specie. A questo livello la risposta sperimentale è chiaramente affermativa, e gli esempi che abbiamo visto, dagli uccelli giardinieri ai piccioni ai macachi, lo confermano.

Ma c’è un secondo livello, quello che Kant chiamava “piacere disinteressato”: guardare qualcosa di bello senza volerlo per sé, senza che serva a niente. Lo scimpanzé fermo davanti al tramonto, sempre che si fermi davvero per quello, lo guarda per il gusto di guardarlo?

Su questo livello la scienza è meno attrezzata. Entriamo nel terreno della coscienza animale, dove i dati sono pochi e i fronti ideologici non aiutano. Frans de Waal, nei suoi ultimi libri, ha sostenuto che la distinzione fra preferenza adattativa e contemplazione disinteressata non sia un confine netto, ma una transizione graduale. Proprio come nel suo modello a matrioska dell’empatia: una scala che va dal semplice contagio emotivo fino alla capacità di mettersi nei panni degli altri, che, almeno per ora, si crede sia propria solo della specie umana.

Cervo nobile (Cervus elaphus) su un pendio aperto. Monti Monadhliath, Scozia.
James Shooter

Tornando allo scimpanzé

De Waal e Jane Goodall hanno documentato episodi simili a quello del tramonto iniziale. Pause prolungate davanti a paesaggi, soste silenziose. Goodall ha descritto a lungo le cosiddette waterfall dances: scimpanzé che, all’arrivo a una cascata, cominciano a oscillare ritmicamente, lanciano pietre nell’acqua, restano a osservare lo scorrere. Non sono comportamenti utilitaristici, e non sono spiegati da nessun bisogno immediato.

Inferire un’esperienza estetica è ragionevole. Descriverla dall’interno è impossibile.

La filosofa Vinciane Despret, nel saggio Che cosa rispondono gli animali… se facciamo le domande giuste?, ribalta del tutto la domanda. Non chiediamoci se gli animali abbiano un senso della bellezza, suggerisce. Chiediamoci cosa rivela di noi il fatto che continuiamo a chiedercelo. Per oltre un secolo abbiamo cercato di capire se gli animali fossero abbastanza simili a noi da meritare la nostra considerazione. La domanda potrebbe essere malposta. Forse il punto non è quanto gli animali ci somiglino, ma quanto siamo disposti a riconoscere che la loro esperienza del mondo, qualunque cosa sia, esiste a prescindere da noi.

Oggi è la Giornata internazionale della diversità biologica.
La si celebra di solito ricordando cosa ci offre.
Forse, per una volta, vale la pena ricordarla per quello che è.

Lupo iberico nella Grande Valle del Côa, Portogallo.
Daniel Allen